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Leadership, Personalità e Intelligenza Emotiva

TABELLA DEI CONTENUTI

C’è un’immagine molto diffusa del leader: brillante, carismatico, sempre forte e in controllo, mai vulnerabile. È il mito a cui molti di noi hanno creduto, convinti che guidare gli altri richieda prima di tutto sicurezza e assenza di dubbi.

In questo articolo — tratto dall’episodio di Tracce “Un leader non può non sapere” — parto da un concetto fondamentale, la personalità, per rispondere a tre domande che riguardano da vicino chi guida un team, un progetto o semplicemente la propria vita: cos’è la personalità, come si sviluppa, e cosa serve davvero per costruire una leadership autentica ed efficace.

Cos’è la personalità? Siamo davvero ciò che mostriamo?

La personalità è definita come l’insieme di tratti e caratteristiche distintive che determinano il modo in cui una persona pensa, sente e si comporta in modo coerente e relativamente stabile nel corso del tempo e in diverse situazioni.

La parola stessa deriva dal latino “persona”, e nel teatro classico indicava la maschera che gli attori indossano in scena per interpretare un ruolo.

Da Ippocrate a Jung: una breve storia del concetto

Il più antico precursore dello studio della personalità fu Ippocrate, che considerava l’uomo come un microcosmo con le stesse qualità del macrocosmo. Lui identificò quattro tipi personali in base all’umore dominante: melanconico, collerico, flemmatico, sanguigno.

Ma è con Carl Gustav Jung, il padre della psicologia analitica, che questa idea si fa più complessa e affascinante. Jung descrive la “Persona” come la maschera sociale che indossiamo per adattarci alle aspettative degli altri.

Per lui, la personalità è un sistema dinamico che si autoregola e comprende la totalità dei processi psichici, sia consci che inconsci. Jung sosteneva che la parte inconscia — ciò che rimane in ombra e che non conosciamo — ha un ruolo determinante nella nostra vita.

Se non viene portata alla luce, ci impedisce di comprendere noi stessi fino in fondo. E quindi ci impedisce di arrivare all’autorealizzazione come descritto da Maslow o individuazione come auspicato dallo stesso Jung.

Come si sviluppa la nostra personalità

La personalità si forma in giovane età, man mano che mettiamo in ombra aspetti della nostra esperienza e di noi per proteggerci da emozioni spiacevoli e per adattarci all’ambiente circostante.

Immaginiamo un bambino sensibile che, in un ambiente dove la sensibilità non è capita o viene derisa, impara a mostrarsi duro, a non piangere. Oppure una bambina molto vivace e creativa a cui, in una scuola rigida, viene continuamente detto di stare ferma e di fare silenzio, e che quindi impara a reprimere la sua energia.

Questo processo è una forma di protezione. Mettiamo in ombra le parti di noi che causano dolore, vergogna, paura o rabbia, e enfatizziamo invece quei comportamenti che ci fanno sentire accolti, al sicuro, capaci. La personalità, quindi, è quell’insieme di strategie, abitudini, modi di pensare e sentire che abbiamo sviluppato per sopravvivere emotivamente e socialmente. Ci permette di controllare la nostra immagine e di navigare il mondo da una “posizione di comodità”.

Il problema, come sosteneva Jung, è che nel costruire la nostra personalità ci dimentichiamo di una parte di noi. Quella parte ignorata però non sparisce, vive nell’ombra e, senza che noi ce ne accorgiamo, inizia a influenzare le nostre scelte, le nostre relazioni e la nostra capacità di essere leader.

Quindi, una parte preponderante della personalità è fatta di come vogliamo che gli altri ci vedano e di ciò che noi — negli anni — ci siamo convinti di essere.

Ma la verità è che non ci conosciamo nella nostra interezza. Non sappiamo tutto di noi. E ciò che è ancora più triste, finiamo per non sapere che non sappiamo chi siamo veramente.

La conseguenza più grave di questo processo è che, non avendo consapevolezza di alcune parti di noi, non riusciamo a comprendere ed esprimere pienamente il nostro potenziale.

Jung riteneva che esistono due centri della personalità:

  • L’Io o Ego, considerato il centro della coscienza, responsabile della nostra identità personale. È ciò che dice: “Io sono questo”.
  • Il Sé, inteso come il centro della totalità — dell’intera personalità — che comprende non solo la parte conscia (l’Io), ma anche l’inconscio personale e collettivo. Jung descriveva il Sé come la totalità della psiche, di cui l’Io è solo una parte limitata. E paragona l’Io a un satellite che ruota attorno al Sé.

Il problema nasce quando il satellite pensa di essere il centro dell’universo.

L’obiettivo del processo di individuazione in Jung è l’allineamento dell’Io con il Sé.

Cosa serve davvero per essere un leader

Siamo cresciuti pensando che per guidare gli altri serva essere brillanti, carismatici e sicuri. Ma Daniel Goleman, noto psicologo, autore e giornalista scientifico, in un celebre articolo della Harvard Business Review intitolato What Makes a Leader?, ci dice qualcosa di radicale:

Non sono il QI e le competenze tecniche a fare un leader. È qualcosa di più profondo. È la qualità della relazione con sé stessi e — di conseguenza — con gli altri, resa possibile dall’intelligenza emotiva.

Confesso che, sebbene sia una componente importante dei miei percorsi di coaching, non amo molto usare questa espressione, perché ormai abusata in molti contesti — aziendali e non — e spesso poco compresa nella sua applicazione concreta.

Nel suo libro Intelligenza emotiva, Goleman la descrive come la capacità di:

  • motivare sé stessi
  • persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni
  • controllare impulsi e rimandare la gratificazione
  • modulare i propri stati d’animo, evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare
  • essere empatici e sperare

Le 5 componenti dell’intelligenza emotiva

Goleman identifica 5 componenti fondamentali dell’intelligenza emotiva.

  • Autoconsapevolezza — la capacità di riconoscere le nostre emozioni, i nostri limiti e le nostre motivazioni profonde, capendo l’effetto che hanno su di noi e sugli altri.
  • Autoregolazione — quello spazio prezioso tra lo stimolo e la risposta, dove possiamo scegliere come agire invece di essere in balia dell’impulso.
  • Motivazione — non è la spinta ad agire per denaro o status, ma una passione intrinseca per quello che si fa.
  • Empatia — la capacità di sintonizzarsi con la realtà emotiva dell’altro, che non significa “essere buoni”, ma mettersi nei panni dell’altro senza perdersi. È, se vogliamo, una forma di intelligenza spirituale, prima ancora che manageriale.
  • Abilità sociali — la capacità di costruire relazioni autentiche e orientate a uno scopo.

Attraverso l’analisi di modelli di competenza di 188 aziende globali — tra cui British Airways e Credit Suisse — Goleman ha dimostrato che:

  • l’intelligenza emotiva conta il doppio rispetto al QI e alle competenze tecniche;
  • ai livelli più alti della leadership, quasi il 90% della differenza tra leader medi e leader eccellenti è attribuibile a fattori emotivi;
  • l’intelligenza emotiva è la condizione indispensabile per una leadership di successo.

Oltre l’Io e il Sé: personalità, Sé ed essenza a confronto

Partendo da quanto condiviso finora, vorrei fare un passaggio su un altro concetto: ciò che Jung chiamava Sé rappresenta il ponte verso la nostra natura più profonda, che in una parola può essere definita come “essenza”.

Fin qui abbiamo descritto personalità e Sé.

La personalità è il guscio esterno

È la “maschera”. È l’insieme dei comportamenti, dei tratti psicologici e delle reazioni che abbiamo sviluppato per proteggerci e adattarci all’ambiente.

  • Com’è fatta: è costruita attraverso l’educazione, i traumi, i successi e le aspettative sociali.
  • Funzione: serve a “sopravvivere” nel mondo, a proteggerci e a farci riconoscere dagli altri.
  • Caratteristica: è mutevole e spesso reattiva. È “ciò che mostriamo” — il modo in cui la nostra mente si è strutturata per rispondere agli stimoli del mondo esterno.

Il Sé è il regista

In psicologia (specialmente in quella junghiana), il Sé (Self) è il centro della totalità della psiche che integra e cerca di mettere insieme. Non è solo la maschera che portiamo, ma ciò che cerca di equilibrare la nostra parte conscia (l’Io) e quella inconscia (le nostre ombre e i nostri talenti inespressi).

  • Com’è fatto: include i nostri desideri profondi, le nostre ombre e il nostro potenziale non ancora espresso.
  • Funzione: agisce come un principio ordinatore. Mentre la personalità ci dice “come dobbiamo apparire”, il Sé ci spinge verso “chi siamo destinati a diventare” in un processo che Jung chiama individuazione.
  • Caratteristica: è il ponte tra la nostra vita quotidiana e la nostra natura più profonda.

L’essenza è il nucleo

Se la personalità si acquisisce e il Sé si evolve, l’essenza è ciò che siamo alla nascita, prima di qualsiasi condizionamento, prima di ricevere un nome, un’educazione o dei condizionamenti. È la nostra natura intrinseca, pura e immutabile.

  • Com’è fatta: è priva di giudizio, di etichette e di difese. Molte tradizioni spirituali la chiamano “anima” o “vera natura”.
  • Funzione: non ha una funzione pratica di adattamento; è semplicemente lo stato dell’essere.
  • Caratteristica: è innata. Mentre la personalità si “acquisisce” e si costruisce, l’essenza si può solo “riscoprire” togliendo strati della personalità.

La domanda chiave della personalità è: “Come mi comporto?”. La domanda del Sé è: “Chi sono io davvero?”. La domanda dell’essenza è: “Cosa sono, al di là di ogni ruolo e storia?”.

Potremmo descriverli così: la personalità è come le increspature sulla superficie dell’oceano, mosse dal vento delle circostanze. Il Sé è la corrente profonda che muove quelle acque. L’essenza, invece, è l’oceano stesso, la sostanza immensa e silenziosa che contiene tutto.

Come arrivare all’essenza? E perché è importante farlo?

Si lavora esattamente su due fronti. Da un lato, si impara a riconoscere i meccanismi della propria personalità, le nostre maschere preferite. Dall’altro, si inizia un paziente e affascinante lavoro di integrazione, portando alla luce le nostre ombre, i desideri nascosti, il potenziale inespresso. E in questo processo, impariamo a stare nel qui e ora, in connessione con quel centro immutabile che è sempre stato lì, fin dall’inizio.

Possiamo allenare competenze emotive e studiare modelli. Ma finché lavoriamo solo sulla personalità, miglioriamo la performance. Quando lavoriamo sull’essenza, trasformiamo la presenza.

La personalità può essere brillante, colta, competente, carismatica. Ma senza consapevolezza interiore data dalla connessione con l’essenza, rimane superficie.

Quando un leader è identificato solo con la personalità: teme di non sapere, vive l’errore come minaccia, cerca approvazione, è guidato dall’immagine. Quando agiamo contro i nostri valori, la personalità continua a funzionare. Ma dentro qualcosa si spegne.

Le persone consapevoli non sono né autoindulgenti né eccessivamente critiche. Le loro decisioni sono coerenti con i loro valori. Il loro lavoro diventa energizzante, non drenante. Quando siamo allineati interiormente, l’energia cambia, la nostra presenza diventa trasformativa.

  • La personalità reagisce, l’essenza sceglie.
  • La personalità vuole affermarsi, l’essenza sa ascoltare.
  • La personalità cerca riconoscimento, l’essenza cerca espressione ed espansione.

È vero che molte delle componenti dell’intelligenza emotiva possono essere apprese — come dice Goleman — ma io credo che questo sia il passaggio iniziale per spingere e motivare la mente razionale a lavorare su questi aspetti.

Arrivare all’essenza invece ci permette di fare un passaggio ulteriore: rende la leadership potente e trasformativa.

Se guardiamo le 5 componenti dell’intelligenza emotiva attraverso questa nuova lente e mettiamo a confronto personalità ed essenza, tutto cambia.

  • Autoconsapevolezza — La personalità giudica le proprie emozioni. L’essenza, invece, le accoglie. La personalità reagisce alle critiche. L’essenza sceglie cosa farne.
  • Autoregolazione — La personalità è impulsiva, reagisce d’istinto per proteggersi. L’essenza ha accesso a quello spazio di libertà tra stimolo e risposta. È quello spazio che Viktor Frankl descriveva come l’ultima delle libertà umane: scegliere il proprio atteggiamento in qualsiasi circostanza.
  • Motivazione — Quando siamo guidati dalla personalità, cerchiamo ricompense esterne: status, denaro, riconoscimento. Facciamo cose “per essere visti”. Quando siamo mossi dall’essenza, agiamo “per ciò che siamo”. Il lavoro diventa stimolante. Troviamo soddisfazione nel processo, non solo nel traguardo.
  • Empatia — La personalità ascolta per rispondere, per affermare il proprio punto di vista. L’essenza ascolta per comprendere.
  • Abilità sociali — La personalità cerca consenso, costruisce reti per raggiungere un fine. L’essenza costruisce legami autentici, basati sulla fiducia e su uno scopo condiviso.

La personalità cerca di controllare il mondo. L’essenza impara a danzare con esso.

Come dicevo, è vero che queste qualità si possono apprendere. Ma quando ci riconnettiamo all’essenza scopriamo che queste componenti — descritte da Goleman — fanno già parte di noi. Si trovano nella parte in ombra, nascosta. Il lavoro non è tanto “impararle”, quanto “riscoprirle” e “integrarle”.

Come fare, in pratica, questo lavoro su di sé

Nel mio percorso come coach incontro persone meravigliose, spesso donne con personalità molto forti e di successo. Il mio lavoro è accompagnarle in questo viaggio di scoperta della loro essenza. Nel farlo parto sempre da una premessa: non esiste un unico modo. Ogni persona arriva con una storia diversa.

Spesso propongo test mirati. Test che aiutano a disegnare una mappa più completa possibile della persona, partendo da presupposti diversi (razionali, emotivi, comportamentali, valoriali). Incrociare i risultati di questi strumenti permette di vedere collegamenti, di trovare insight profondi su di sé, su talenti, punti ciechi e aree di crescita.

Altre volte, invece, parto da stimoli creativi: immagini, metafore, storie. Perché la creatività è una scorciatoia meravigliosa per l’essenza, un modo per aggirare i filtri della mente razionale e andare dritti al cuore di chi siamo.

L’obiettivo, in entrambi i casi, è lo stesso: integrare mente razionale e mente creativa, per arrivare a conoscere la propria natura autentica. E quando questo avviene, le componenti dell’intelligenza emotiva — l’ascolto profondo, l’empatia, la motivazione intrinseca, l’autoregolazione — non sono più competenze da imparare con fatica. Fioriscono spontaneamente dentro di noi, perché semplicemente smettiamo di opporci a ciò che siamo.

Se si attiva solo la mente razionale, questo processo richiede fatica e spesso frustrazione. Se mente razionale e creativa si integrano insieme, il processo diventa piacevole, spontaneo, stimolante.

Alla fine di un percorso come questo, spesso lascio alle persone che lavorano con me due cose:

  • un resoconto in PDF, più schematico e descrittivo;
  • una carta illustrata a colori della propria essenza.

Ma la verità è che il lavoro non finisce con un percorso. È un impegno che dura tutta la vita. Un continuo esercizio di presenza e riscoperta.

“Soul” e il coraggio di essere

Voglio chiudere citando un film che, a mio avviso, racconta quanto condiviso qui in modo molto efficace: Soul della Pixar.

Joe, il protagonista, ha una personalità fortissima: è un musicista, un insegnante, e la sua vita è tesa verso un unico obiettivo: suonare al famoso quartetto. È completamente identificato con la sua narrativa: “Se non divento un grande musicista, la mia vita non ha senso”. Quella è la sua realizzazione, il suo “tutto”. È talmente identificato con quel ruolo che la sua vita, senza quello, sembra non avere senso.

Poi, per una serie di eventi, la sua anima si separa dal corpo. E in quella dimensione, costretto a rallentare, a perdere il controllo, a guardare il mondo con occhi nuovi, scopre la bellezza del momento presente. Scopre che la sua essenza non era nel traguardo, ma nella meraviglia di una foglia che cade, nel calore del sole, nel suono di una chitarra suonata per puro piacere.

La personalità di Joe cerca significato nell’affermazione futura. La sua essenza ha trovato significato nella presenza, nel qui e ora.

Ecco, forse il coraggio più grande per un leader non è quello di essere forte e sicuro. È il coraggio di togliersi la maschera, di fare pace con le proprie ombre, di smettere di rincorrere e iniziare a essere presente. È il coraggio di passare da una leadership basata sulla performance a una leadership basata sull’essere. Perché quando un leader è connesso alla propria essenza, la sua presenza diventa automaticamente trasformativa. Per sé stesso, e per tutti coloro che ha la fortuna di incrociare nel suo cammino.

Un leader non può non sapere: la sintesi

Alla luce di quanto condiviso in questo articolo, per essere leader c’è bisogno di partire dalla realizzazione di non sapere chi si è veramente. Un leader deve ammettere di non sapere per avviare un lavoro di riconoscimento della maschera su cui ha costruito la sua sicurezza e il suo controllo.

Attraverso questo riconoscimento potrà avviare un processo di riscoperta e integrazione della sua essenza, per esprimere pienamente sé stesso, le sue qualità innate e il suo potenziale inespresso.

Domande frequenti

Cos’è la vera leadership secondo la psicologia junghiana?

Secondo Jung, la vera leadership nasce dall’allineamento tra l’Io (l’identità cosciente) e il Sé (la totalità della psiche, conscia e inconscia). Non si tratta di proiettare forza e controllo, ma di conoscere e integrare anche le parti di sé rimaste in ombra.

Qual è la differenza tra personalità, Sé ed essenza?

La personalità è la maschera costruita per adattarsi e proteggersi, mutevole e reattiva. Il Sé è il centro che integra parte conscia e inconscia, e orienta verso ciò che siamo destinati a diventare. L’essenza è il nucleo originario, innato e immutabile, che precede ogni condizionamento.

Perché l’intelligenza emotiva è più importante del QI per un leader?

Perché ci rende leader più consapevoli, empatici, motivati, capaci di rispondere alle sfide quotidiane, accogliere l’imprevisto, guidare il cambiamento, influenzare positivamente gli altri e costruire relazioni autentiche e solide nel tempo: tutte qualità che fanno la differenza quando ricopri una posizione di comando. Secondo lo studio di Daniel Goleman su 188 aziende globali, ai livelli più alti della leadership quasi il 90% della differenza tra leader medi ed eccellenti dipende da fattori emotivi, non da competenze tecniche o quoziente intellettivo.

Cos’è l’ombra junghiana e come condiziona chi guida gli altri?

L’ombra è l’insieme delle parti di noi che abbiamo messo in secondo piano per proteggerci, ma che continuano ad agire senza che ce ne accorgiamo, influenzando decisioni, relazioni e stile di leadership. Ignorarla non la fa sparire: la rende semplicemente invisibile a noi stessi.

Come si sviluppa l’autoconsapevolezza in un leader? 

Attraverso un lavoro su due livelli: riconoscere i meccanismi automatici della propria personalità, e integrare progressivamente le parti in ombra — desideri, talenti inespressi, vulnerabilità — spesso con l’aiuto di test mirati o percorsi di coaching individuale.


Se vuoi condividere i tuoi pensieri su questo tema, o se ci sono argomenti specifici che vorresti approfondire, scrivimi a laura@lauramarinicoach.com o prenota una call conoscitiva.

Questo articolo è tratto dall’episodio di Tracce “Un leader non può non sapere” — [ascolta l’episodio completo su Substack].

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Sono una Life & Business Coach specializzata in Self-Leadership, Multipotenzialità, Crescita Personale e Professionale. Ho iniziato il mio cammino nel coaching nel 2005 a Londra e mi sono certificata come coach ICF nel 2020.

La mia missione è accompagnare donne sensibili e coraggiose verso la piena realizzazione di sé, che in concreto vuole dire aiutarle a realizzare progetti, obiettivi e sogni allineati ai loro valori, talenti e bisogni autentici e profondi.

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