In questo articolo scoprirai 8 falsi miti sulla sindrome dell’impostore a partire dal perché la sindrome dell’impostore non è una vera sindrome e cosa c’entra la serie Tv “La Fantastica Signora Maisel”.
Quando ho scoperto la sindrome dell’impostore
Ho un libro sull’argomento che mi regalò un mio ex fidanzato circa 15 anni fa mentre ricoprivo un ruolo manageriale in un’azienda internazionale e mi era stata da poco offerta una promozione.
Vi confesso che non l’ho letto. Forse perché dentro di me ritenevo che non fosse la risposta alle mie turbe mentali. Ma già allora era un tema del momento e continua ancora oggi ad esserlo.
Mi sono chiesto spesso come avrei potuto parlarne. La risposta è arrivata guardando una serie TV, ma di questo te ne parlo più avanti in questo articolo.
Ho deciso di trattarlo nel mio nuovo episodio di Tracce per onorare la missione di questo podcast: sfatare alcuni miti che possono impedire la piena espressione del proprio potenziale.
Come coach che lavora principalmente sulla self-leadership femminile, ho scelto di incentrarlo sulle donne. Ciò non toglie che questo tema possa riguardare davvero chiunque.
Prima di tutto: non chiamiamola sindrome
Nel 1978 due ricercatrici Clance e Imes hanno coniato il termine “fenomeno dell’impostore” per descrivere l’esperienza di persone che nonostante ricoprano ruoli di successo nel loro ambito di specializzazione, si sentono degli impostori. Non si tratta di un disordine mentale o sindrome, ma di un’esperienza interna. Queste persone credono che il loro successo sia indipendente dalle loro capacità, ma dipenda da fattori esterni come fortuna, duro lavoro o capacità di affascinare i propri insegnanti e supervisor. Per questa ragione, vivono nella paura di essere visti come degli impostori e possono essere soggetti ad ansia, depressione, burnout e inabilità di godere del loro successo.
Il nome stesso è il primo inganno. Chiamarla ‘sindrome’ la patologizza — la trasforma in una condizione medica pervasiva permanente, quando invece si tratta di pensieri e sentimenti che emergono in situazioni specifiche e non sono costanti nel tempo. Clance stessa, negli ultimi anni della sua carriera, ha ribadito che la terminologia corretta è “fenomeno dell’impostore”, non sindrome.
La serie TV che ha ispirato questo podcast: “La Fantastica Signora Maisel”

Siamo nella New York degli anni ’50. Un mondo in cui il ruolo di una donna è definito con precisione chirurgica: essere il contesto ideale in cui un uomo può brillare.
Midge studia all’università, una delle migliori scuole del paese, ma quella laurea non è pensata per costruire una carriera. È pensata per renderla una moglie più interessante e una conversatrice più stimolante ai dinner party del marito.
Lei lo sa. Lo accetta. Anzi, lo perfeziona. Diventa così brava nel ruolo che le è stato assegnato che smette di chiedersi se esiste qualcos’altro.
E qui sta il meccanismo sottile, quasi invisibile: non è la repressione esplicita che produce il senso di inadeguatezza più profondo.
È l’assenza di alternativa che viene presentata come naturale. Quando il talento non ha spazio nel mondo circostante, si finisce per non vederlo e credere che non esista.
Midge non si sente un’impostora nel suo ruolo di moglie e madre — lì è bravissima e lo sa. Si sente “un’impostora” appena mette piede in qualcosa che sente davvero suo. Perché non si era mai concessa lo spazio per esplorarlo e riconoscerlo. Perché nessuno intorno a lei le ha mai detto che poteva farlo né ha mai immaginato che potesse farlo.
Questo è il terreno in cui cresce il fenomeno impostora: non nel fallimento, ma nel successo che non riconosciamo spesso come legittimo perché è come se fosse stato escluso dall’equazione dell’essere donna in alcuni contesti, anche se per fortuna non in tutti, soprattutto, oggigiorno.
La storia di Midge resta ovviamente la storia di un personaggio di finzione, non un dato di ricerca. Ma stimola una sorprendente riflessione sul presente.
La triste realtà, ancora presente, in certi contesti
A partire dall’ambito familiare fino a quello lavorativo, vedendo “La Fantastica Signora Maisel” sono rimasta stupita da come alcune cose non siano cambiate dagli anni 50 ad oggi in Italia.
La donna è ancora vista in molti contesti come preziosa per quello che è in relazione e come supporto agli altri, non per come è e per quello che costruisce da sola. Negli anni 50 era più evidente e forte l’aspettativa sociale che una donna fosse una brava figlia, moglie, madre, conversatrice e tessetrice di rapporti sociali. Era impensabile che potesse dedicare tempo e spazio al proprio talento.
Oggi sebbene la situazione sia cambiata, esiste ancora questa forte aspettativa al punto che la donna non solo lavora a tempo pieno, ma finisce per portare avanti anche casa, famiglia, figli e relazioni sociali come se fosse naturale che questo accada (soprattutto in un paese come l’Italia).
Può sembrare che ci sia stata un’evoluzione, ma la triste realtà è che portiamo avanti una mentalità e un sistema costruiti su un modello maschile antiquato che non tiene conto delle peculiarità femminili e della diversità più in generale. Eppure la leadership femminile autentica esiste, ha caratteristiche precise, e può diventare la risposta più potente a questa mentalità e sistema.
Quando parlo di modello maschile non parlo esclusivamente degli uomini. Parlo di un sistema di valori predominante — forza, potere, ricchezza, controllo, performance, consenso, plauso/riconoscimento — che sia gli uomini che le donne possono scegliere di adottare, e che entrambi hanno la responsabilità di mettere in discussione. Il problema non è il maschile in sé, ma la compartimentalizzazione netta tra maschile e femminile, invece di cercarne un’integrazione equilibrata in cui entrambi vengono riconosciuti e valorizzati come risorse nei diversi ambiti.
Spesso emerge come se il fenomeno impostora fosse un problema che la donna deve risolvere da sola, facendo un lavoro su sé stessa, alimentando quel senso di inadeguatezza che il sistema stesso le provoca qualora non risponda a determinate aspettative. Si innesca un circolo vizioso, un cane che si morde la coda, che non fa che alimentare il fenomeno invece di risolverlo.
Non è solo nella tua testa — è nel sistema che ti circonda
E la ricerca lo conferma— anche se, va detto, non in modo del tutto univoco. Sebbene Clance e Imes originariamente dichiarassero che le donne avevano più probabilità degli uomini di fare esperienza di questo fenomeno, questo non è mai stato confermato in modo netto. Alcune analisi (Bravata et al., su 33 studi) non hanno trovato differenze di genere significative, mentre una meta-analisi più recente, di cui parlo tra poco, arriva a una conclusione diversa. Il quadro, insomma, è più conteso di quanto spesso si racconti.
Secondo il Report Workforce 2024 di Korn Ferry su 10.000 professionisti globali, il fenomeno tocca in modo massiccio anche gli uomini e i vertici aziendali, con il 71% dei CEO statunitensi e il 65% dei dirigenti senior che ammettono di provarla.
Allo stesso tempo, la meta-analisi più recente (2024) su 108 studi e 40.000 partecipanti offre una lettura più sfumata: le donne ottengono punteggi sistematicamente più alti nelle misurazioni del fenomeno dell’impostore, con una differenza di entità moderata, ma consistente nel tempo e in vari settori. Tuttavia la differenza di genere risulta significativamente più piccola in Asia rispetto a Europa e Nord America, il che suggerisce che i fattori culturali giocano un ruolo determinante.
L’insight più rilevante emerso dalle ricerche è: la sindrome dell’impostore è un fenomeno umano universale, modulato da contesto culturale, posizione di potere e appartenenza a gruppi storicamente esclusi — non una questione puramente femminile.
Sebbene i primi psicologi clinici avessero descritto il fenomeno impostora come un tratto di personalità, la ricerca più recente si è spostata verso una comprensione di esso come esperienza socialmente costruita e innescata dal contesto, suggerendo che chiunque può vivere questi sentimenti in circostanze specifiche.
In altre parole se ti ritrovi nella descrizione della sindrome dell’impostore:
Non sei “un’impostora” — sei una persona che in certi ambienti e situazioni sperimenta sentimenti da impostora.
Le conseguenze più pesanti non sono nella performance immediata, ma nell’evitamento: evitare di candidarsi, di negoziare, di prendere spazio. Questo è il costo invisibile che le donne che fanno esperienza di questo fenomeno rischiano di pagare nella carriera e nel business.
Le organizzazioni — e per estensione i sistemi sociali e familiari — hanno una responsabilità diretta nel produrre o attenuare questo fenomeno.
È esattamente ciò che Tulshyan e Burey hanno descritto nel loro articolo storico su Harvard Business Review del 2021 parlando in particolare delle donne di colore. Il fenomeno impostora non nasce solo nella testa delle donne — nasce nei sistemi che le circondano, nei messaggi impliciti che ricevono, nelle aspettative che vengono proiettate su di loro, spesso involontariamente e inconsciamente.
Ed è questo che rende difficile riconoscere e superare questo fenomeno. Perché quando assimili per osservazione e ripetizione fin da piccola quello che vedi accadere intorno a te, diventa parte di te e non lo metti più in discussione. Anzi sei tu che lo pretendi da te stessa.
L’asticella delle aspettative interne ed esterne per una donna è molto alta: spesso le viene chiesto implicitamente di agire con la sola razionalità lasciando fuori le emozioni, accrescendo ancora di più un senso di inadeguatezza profondo. Per non parlare di come le venga anche chiesto implicitamente di scegliere tra carriera e tutto il resto, finendo per mettersi da parte, in ruoli più marginali e di minor responsabilità.
Tulshyan e Burey, nel loro podcast con Brené Brown, sottolineano come il vero cambiamento avvenga quando si smette di richiedere agli individui di “guarire” dalla sindrome dell’impostore in isolamento, e si lavora invece per creare culture di appartenenza che abbracciano e integrano in modo sano le diversità di qualsiasi tipo esse siano (genere, età, razza, classe sociale, stili di leadership, ecc.).
Riconoscere il fenomeno non basta, ecco perché
Valerie Young, nel suo libro The Secret Thoughts of Successful Women, ha identificato cinque modi in cui questo fenomeno si manifesta nelle donne.
- La Perfezionista non riesce a lasciare andare gli errori. Ricontrolla tutto, prepara con attenzione estrema ogni presentazione, e non delega perché nessuno potrebbe farlo come lei.
- La Supereroina — o Workaholic — sente la pressione di lavorare più di tutti. Il lavoro diventa identità, e smettere significa non esistere.
- L’Esperta crede di non sapere mai abbastanza. Cerca certificazioni, si forma continuamente, rimanda le azioni finché non si sente ‘pronta’ — e quel pronta non arriva mai.
- Il Genio Naturale si vergogna di quanto tempo impiega ad imparare qualcosa. Se non impara subito e con facilità, è una prova di inadeguatezza.
- La Solista crede di fare e risolvere tutto da sola. Chiedere aiuto è una sconfitta. Il merito deve essere suo e solo suo.
Raramente ci si identifica con uno solo di questi tipi. Spesso si è un mix, con un tipo dominante che emerge in certi contesti e un secondo che si attiva in altri. Ad esempio, la Perfezionista nel lavoro creativo e la Solista nei momenti di crisi sono una combinazione molto comune nelle donne professioniste.
Tabella – I 5 tipi di impostora

Ti sei riconosciuta in uno di questi tipi?
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Riconoscersi in uno di questi tipi può provocare un sollievo enorme. Finalmente un nome per quello che senti. Ma attenzione, riconoscerlo non basta.
Dire alle donne di riconoscere e gestire la propria sindrome dell’impostore è ciò che il sistema fa per evitare di cambiare la propria struttura intrinseca. Il riconoscimento individuale, senza un cambiamento del contesto, lascia la persona sola con il problema e con la responsabilità di superarlo.
La ricerca sul self-compassion di Kristin Neff mostra che spingere sé stesse ad agire nonostante il disagio, senza elaborare le credenze sottostanti, produce due effetti indesiderati: o il comportamento di evitamento si sposta su altri domini (es. smetti di sentirti impostora nelle presentazioni, ma cominci a sentirti impostora nelle relazioni), oppure si genera un sovraccarico emotivo che nel tempo porta a burnout. L’azione senza elaborazione è un cerotto su una ferita che richiede un intervento più profondo.
Inoltre, la ricerca di Mir e Kamal (2018) documenta che il fenomeno impostora è fortemente associato a tendenze stacanoviste: lavorare di più per compensare il senso di inadeguatezza. ‘Andare avanti comunque’ in quel contesto non è resilienza: è esattamente il comportamento disfunzionale che alimenta il ciclo.
Le domande che cambiano tutto
Esiste una differenza fondamentale tra le domande che ci facciamo quando ci sentiamo impostore. Alcune alimentano il problema. Altre aprono uno spazio completamente diverso.
Le domande che alimentano il problema sono quelle che partono dal presupposto che il problema sia tu:
- cosa c’è di sbagliato in me?
- cosa devo fare per non sentirmi così?
- dove sto sbagliando?
- cosa devo migliorare?
Le domande che aprono una prospettiva diversa partono da un presupposto opposto: che il problema non sia solo tuo, e che la soluzione richieda di guardare sia dentro che fuori di te. Il contesto infatti, come abbiamo visto, gioca un ruolo determinante per capire la radice del fenomeno. Non sei solo tu, sei tu in relazione al contesto che fa emergere questi sentimenti. Quindi è necessario esplorare entrambi.
- perché mi sento così?
- cosa provoca questa esperienza?
- dove sono oggi è dove voglio essere?
- il contesto in cui mi trovo favorisce la mia crescita o la sta bloccando?
- sto esprimendo veramente le mie potenzialità?
- mi sto adeguando a qualcosa che non mi risuona?
- di cosa ho bisogno per vedere chiaramente quello che mi sta succedendo?
- cosa posso fare per creare un cambiamento dentro di me e nell’ambiente che mi circonda?
Non basta applicare tecniche mirate come dialogo positivo con sé stessi, autocompassione, visualizzazione, metodo rain, ecc. Occorre osservare e cambiare come approcci i tuoi pensieri ed emozioni quando emergono e come ti relazioni con l’ambiente circostante, riconoscendo cosa c’è bisogno di cambiare (internamente ed esternamente) e quando c’è bisogno di lasciar andare una determinata situazione o contesto.
Non basta quindi riconoscere. Occorre comprendere e trasformare il riconoscimento in consapevolezza attraverso un lavoro profondo su credenze radicate, su sistemi di riferimento culturali, sul contesto organizzativo e relazionale. Il lavoro su sé stessi richiede di chiarire i propri valori, visione e identità, accogliere e valorizzare i propri talenti, sviluppare fiducia come pratica progressiva. C’è bisogno di mettere in discussione non solo noi stessi, anche il mondo intorno a noi con l’intenzione di essere un canale di trasformazione personale e collettiva.
Cosa ho capito dopo 15 anni

Torno al libro. Quel libro che non ho letto, regalato da un ex fidanzato in un momento in cui mi era appena stata offerta una promozione. Non l’ho letto perché da qualche parte dentro di me sapevo già che la risposta non era lì. Che non era una questione di tecniche da imparare o di pensieri da sostituire. Che la domanda vera non era ‘cosa devo migliorare?‘ Avevo bisogno di capire che il problema non ero io, e nemmeno l’azienda: semplicemente, non mi ero mai presa il tempo di chiedermi cosa volessi davvero. Mi mancava una direzione. E senza una direzione, anche il successo ti fa sentire persa.
Nella serie TV Midge Maisel non si è mai posta consciamente la domanda “sto esprimendo le mie potenzialità?”. La vita l’ha spinta a guardarsi con nuovi occhi, togliendole tutto in una notte. E lei, su un palco, ha scoperto qualcosa che esisteva da sempre — ma che fino ad un certo punto della sua vita non aveva potuto vedere né coltivare, perché nel sistema in cui era inserita non era parte dell’equazione farlo e quindi anche lei aveva escluso questa possibilità per sé stessa, senza nemmeno contemplarla.
Tutto questo per dire, in conclusione, che il fenomeno dell’impostore quando emerge ha qualcosa di profondo da farci vedere di noi e del contesto in cui siamo ed è quindi un’opportunità per creare un cambiamento dentro e fuori di noi che può avere un impatto anche sociale e culturale per le generazioni a venire. Quindi non facciamo l’errore di minimizzarlo e credere che basti riconoscerlo, conviverci e andare avanti comunque. Diamo spazio a una riflessione più ampia che possa rispondere a domande utili a costruire una vita e un lavoro che diano piena espressione alle nostre potenzialità.
Se ti stai chiedendo, ma poi alla fine l’hai letto questo libro? La risposta è sì, l’ho letto proprio mentre preparavo questo episodio. Volevo chiudere il cerchio, guardarmi indietro e rendermi conto di quanta strada ho fatto da allora, di quanto ho imparato e di quanta strada c’è ancora da fare in questo meraviglioso viaggio di scoperta di sé.
Una nota importante prima di chiudere
Nulla di quello che ho detto vuole insinuare che ogni volta che provi sentimenti da impostora ci sia qualcuno intorno a te che ti discrimina consapevolmente o ti esclude deliberatamente. La maggior parte delle volte non è così. Il problema nasce molto più spesso dall’inconsapevolezza — dal fatto che un certo approccio, una certa mentalità, un certo modo di misurare il valore e il successo si è sedimentato nel tempo senza che nessuno l’abbia mai messo in discussione.
Quando riconosci questo meccanismo dentro di te e/o nel contesto in cui ti trovi, hai una scelta. Puoi nominarlo — parlarne, farlo emergere, aprire un dialogo che costruisca qualcosa di più equilibrato per tutti. Non per accusare, ma per contribuire a un cambiamento che spesso non è nemmeno immaginato come possibile.
Altre volte, invece, ti accorgi che in quel contesto semplicemente non c’è spazio per esprimere i tuoi talenti o è un ambito che non risuona con chi sei e ciò che vorresti fare. In quel caso, la cosa più potente che puoi fare è prenderne atto con lucidità. E scegliere, consapevolmente, di andartene.
Questo argomento è particolarmente complesso da trattare, ho provato a farlo con questo episodio, ma di certo non può esaurirsi qui. Il mio tentativo è stato voler condividere alcune riflessioni utili che possano stimolare uno sguardo più approfondito sul tema. Mi piacerebbe conoscere la tua esperienza e il tuo punto di vista. Se ti va di condividerli per aprire un dialogo e confrontarci, lascia un commento qui sotto, oppure scrivimi.
Gli 8 Falsi Miti sul Fenomeno dell’Impostore/a

Mito 1 — È una sindrome
Non è una malattia, non è un disturbo, non è permanente. È un’esperienza umana — e come tale, può cambiare. Usare la parola “sindrome” patologizza un’esperienza umana comune, crea stigma e può scoraggiare chi la vive dall’affrontarla come qualcosa di modificabile.
Mito 2 — Riguarda soprattutto le donne
Questo è forse il mito più radicato, e deriva direttamente dal campione originale della ricerca di Clance e Imes (1978), composto esclusivamente da donne bianche ad alto rendimento. La ricerca successiva ha ridimensionato questa lettura in modo sostanziale ed è arrivata alla conclusione che si tratta di un fenomeno umano universale, non una questione “al femminile”.
Lo vivono i CEO, gli uomini, i leader di ogni settore, le mamme, i papà, ecc. Ma il modo in cui si manifesta nelle donne e in gruppi storicamente esclusi porta il peso di un sistema che non è stato costruito per loro.
Mito 3 — È permanente: o ce l’hai o non ce l’hai
Il fenomeno impostore viene spesso descritto come un tratto fisso della personalità. La ricerca più recente lo smonta completamente.
La professoressa Basima Tewfik del MIT Sloan, insieme a ricercatori di Georgetown e dell’Università della Virginia, ha esaminato 316 articoli e libri peer-reviewed e ha trovato che il fenomeno è molto più fluido di quanto comunemente si creda: non è permanente né stabile. Emerge in certi contesti, si attenua in altri, e può essere ridotto in modo significativo con interventi mirati.
Mito 4 — Sentirsi impostori significa essere incompetente
È esattamente il contrario. Il fenomeno dell’impostore si manifesta quasi esclusivamente in persone con alte competenze e capacità documentate. Il paradosso è che più si è capaci, più si percepisce la complessità di quello che non si sa ancora, e più si rischia di sentirsi fraudolenti.
La causa fondamentale dei problemi è che nel mondo moderno gli stupidi e i fanatici sono sempre sicuri di sé mentre gli intelligenti sono così pieni di dubbi.
Bertrand Russell (1933)
Mito 5 — È solo un problema individuale: basta lavorare su sé stesse
Il concetto di sindrome dell’impostore, come hanno argomentato Tulshyan e Burey su HBR, mette il peso sugli individui senza tenere conto dei contesti storici e culturali in cui il fenomeno si manifesta, e lascia che le organizzazioni continuino a cercare soluzioni individuali per problemi causati dai sistemi stessi.
L’approccio più efficace non è focalizzarsi sul “correggere” le singole persone, ma creare ambienti che incoraggino la diversità, l’integrazione e la molteplicità di stili e approcci.
Detto in altre parole, il fenomeno non si risolve dentro uno studio di coaching o uno studio di psicologia. Richiede anche il coraggio di guardare fuori e di favorire / ricercare contesti che ti vedano e valorizzano davvero.
Mito 6 — “Il self-talk positivo è sufficiente per superarlo”
Il cognitive reframing semplice — sostituire “non sono abbastanza brava” con “sono capace” — è lo strumento più diffuso, ma se usato in isolamento non risolve il problema alla radice. In persone con alta autocritica e credenze negative profondamente radicate, le affermazioni positive vengono percepite come false e vengono rigettate, talvolta amplificando il disagio.
Il lavoro più importante da fare è cambiare il rapporto che si ha con i propri pensieri ed emozioni, sviluppando una maggiore distanza da essi, senza combatterli o identificarsi con essi, e focalizzandosi su uno scopo inclusivo più alto.
Mito 7 — Riguarda solo il business
Essendo il tessuto culturale e sociale imbevuto di questa mentalità che determina il fenomeno, esso non si verifica solo in contesti aziendali, ma anche nelle relazioni, nel mondo accademico, nella maternità, nello spazio che ti prendi o che non osi prendere. Spesso riguarda il diritto di esistere ed esprimersi in uno spazio che non è stato costruito per valorizzare e celebrare l’essere donna o la diversità. Ogni volta che ti chiedi se hai il diritto di esistere ed esprimerti pienamente in un certo contesto — è lì che si manifesta.
Mito 8 — Basta riconoscerla e andare avanti comunque
Riconoscere il fenomeno è il primo passo, non l’ultimo. Senza capire da dove viene, senza cambiare la prospettiva e il contesto che la alimenta, andare avanti comunque non è resilienza — è sopravvivenza. E tu meriti molto di più.
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Se quanto descritto in questo articolo risuona con qualcosa che stai vivendo e senti che è il momento di esplorarlo con un supporto dedicato, scopri come funziona un percorso di coaching individuale e cosa può cambiare per te oppure richiedi una telefonata informativa gratuita qui.












